
La relatività del «prossimo», di Claudio Righi
La relatività del «prossimo», di Claudio Righi, è un viaggio tra filosofia, linguaggio e riabilitazione spirituale, che nasce da un’esperienza profondamente personale, ma si sviluppa progressivamente in una riflessione che va oltre la dimensione autobiografica. Il libro, La relatività del «prossimo», è infatti nato anche nell’ambito dell’Associazione Afasici Toscani, sede di Pisa, come strumento per recuperare e riorganizzare il pensiero e la parola scritta dopo la traumatica esperienza di un ictus emorragico.
Da questa origine prende forma un testo che non rimane confinato all’ambito della riabilitazione. Righi affronta infatti il tema del rapporto con l’altro, interrogandosi sul modo in cui l’individuo possa superare una visione centrata esclusivamente su se stesso per riconoscere nel «prossimo» non una categoria astratta e immutabile, ma una presenza che richiede continuamente attenzione, scelta e responsabilità.
In questo percorso trova posto anche una riflessione sul linguaggio e sulla difficoltà, per un’umanità divisa in molte lingue, di costruire una comunicazione realmente condivisa. È questo il tema del quarto capitolo, significativamente intitolato «Da Babele all’Esperanto».
Righi ripercorre il problema della diversità linguistica e le diverse soluzioni che nel corso della storia sono state proposte per superare le difficoltà della comunicazione fra persone appartenenti a comunità linguistiche differenti. In questo quadro presenta l’esperanto, la lingua internazionale ideata da L. L. Zamenhof e pubblicata nel 1887, soffermandosi soprattutto sulle sue caratteristiche linguistiche.
L’autore, educatore professionale e presidente emerito della Federazione Italiana Scuole Materne della provincia di Pisa, dedica particolare attenzione alla formazione delle parole e alla possibilità di combinare radici e affissi secondo procedimenti regolari e facilmente riconoscibili. Gli esempi di lernejo, «scuola», e malsanulejo, «ospedale», servono così a illustrare concretamente il funzionamento di un sistema nel quale la struttura della parola contribuisce a renderne comprensibile il significato.
L’interesse di Righi non è però soltanto linguistico. L’esperanto entra nel discorso più generale del libro come possibile strumento di comunicazione fra persone e culture diverse, collegandosi così ai temi della pace, della comprensione reciproca e del rispetto delle identità che attraversano l’intera opera.
La riflessione si estende anche alle istituzioni contemporanee e alle difficoltà che accompagnano la comunicazione in un’Europa caratterizzata dalla presenza di numerose lingue. Da questo punto di vista, il capitolo sull’esperanto non appare come un’aggiunta estranea al resto del volume, ma come uno sviluppo naturale della domanda centrale posta da Righi: come costruire una relazione con l’altro che non rimanga soltanto un’intenzione, ma trovi anche strumenti concreti per realizzarsi?
La relatività del «prossimo» parte dunque da una vicenda personale e dalla necessità di recuperare la parola, ma finisce per interrogarsi sul significato più ampio della comunicazione, della relazione e della convivenza. È proprio questo passaggio dalla riabilitazione individuale a una riflessione sull’uomo e sui suoi rapporti con gli altri a costituire l’aspetto più originale del libro.



