# Nelle università contano più i punteggi dei risultati?

Una discussione apparentemente lontana dalle questioni che interessano gli esperantisti è comparsa in questi giorni sulle pagine del *Corriere della Sera*. Ma vale la pena seguirla con attenzione, perché tocca uno dei temi sui quali il movimento esperantista riflette da sempre: quale politica linguistica può essere considerata equa ed efficace in una società internazionale?

Il punto di partenza è un articolo pubblicato dal *Corriere* il 17 agosto da Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A, dal titolo «Apriamo gli atenei al mondo». Mazzoncini parte da un problema reale: il declino demografico italiano e la conseguente diminuzione della popolazione universitaria. La sua proposta è di fare delle università italiane uno strumento per attirare immigrazione qualificata, aumentando fortemente la presenza di studenti stranieri. E, per eliminare una delle principali barriere all’ingresso, propone di ampliare rapidamente l’offerta di corsi interamente in inglese, anche nelle lauree triennali.

Quattro giorni dopo, il professor Michele Gazzola — che si occupa di politica e giustizia linguistica — ha risposto sullo stesso giornale con un articolo intitolato «Giustizia linguistica e internazionalizzazione degli atenei».

Gazzola non mette in discussione l’esigenza di internazionalizzare le università italiane. Mette però in discussione l’idea che internazionalizzazione significhi necessariamente più insegnamento in inglese. Richiama studi condotti in Italia, Svezia e Austria secondo i quali l’uso di una lingua straniera nell’insegnamento universitario può ridurre la comprensione e il rendimento degli studenti, con possibili conseguenze sulla qualità della formazione.

Ma il passaggio più interessante viene dopo.

Perché gli atenei sono così fortemente incentivati ad aumentare il numero degli studenti stranieri e, di conseguenza, l’offerta formativa in inglese? Una delle ragioni, osserva Gazzola, è il peso crescente delle classifiche internazionali delle università. Indicatori come quelli utilizzati da QS e Times Higher Education premiano anche la presenza di studenti stranieri. Si crea così un meccanismo curioso: un’università può essere spinta ad adottare determinate politiche non necessariamente perché producono i migliori risultati per gli studenti e per la società, ma perché migliorano il suo punteggio in una graduatoria.

Ed è qui che Gazzola avanza una proposta concreta: l’Europa potrebbe elaborare una propria classifica delle università, basata su **indicatori di risultato capaci di valorizzare anche il plurilinguismo**. E, soprattutto, una parte dei finanziamenti nazionali ed europei potrebbe essere collegata a questi indicatori, come già avviene in altri settori per promuovere determinati obiettivi, per esempio la parità di genere.

La differenza è tutt’altro che marginale. Significherebbe passare dal semplice adattamento delle università alle classifiche esistenti a una politica pubblica capace di decidere **che cosa vale la pena premiare**. Se si premia soltanto il numero degli studenti stranieri, gli atenei avranno interesse ad attirarne sempre di più; se si premia invece la capacità di realizzare una vera internazionalizzazione nel rispetto del plurilinguismo, il comportamento delle università potrà cambiare in un’altra direzione.

Per gli esperantisti, naturalmente, non si tratta di attribuire a Gazzola una proposta che nel suo articolo non formula. Si tratta piuttosto di riconoscere una questione che il movimento per l’Esperanto pone da oltre un secolo: **non basta scegliere una lingua dominante e dichiarare risolto il problema della comunicazione internazionale; occorre interrogarsi sui costi, sui vantaggi e sull’equità delle diverse soluzioni linguistiche.**

Il fatto nuovo è che oggi una parte di questa discussione non si svolge soltanto negli ambienti degli esperantisti o degli specialisti di politica linguistica. È arrivata sulle pagine del *Corriere della Sera*. E riguarda non soltanto le lingue, ma il modo stesso in cui le istituzioni decidono quali risultati meritano di essere premiati.

Bruĉjo
Bruĉjo

Nato a Pisa nel 1954, editore. Dal 2023 è vicepresidente della Federazione Esperantista Italiana APS.

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